ciao a tutti, mi presento (apatia/isolamento)

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Messaggio  DaniMI il Sab Lug 28, 2018 11:54 am

Ciao a tutti, mi presento.
Sono Daniele, 30 anni, di Milano, e più che di depressione in senso stretto penso di avere un problema generalizzato di apatia/isolamento.
Tendo ad uscire poco o niente, chiudermi in me stesso, non cercare mai per primo le persone ecc. Diciamo che sto "bene da solo" ma a volte mi rendo conto che non è il modo corretto di vivere e che sto sprecando un po' ciò che mi resta della mia quasi/gioventù. Mi sono iscritto qui più che altro per vedere se altri hanno problemi analoghi e confrontarmi.

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Re: ciao a tutti, mi presento (apatia/isolamento)

Messaggio  djgonz il Lun Ago 06, 2018 7:29 pm

Ciao Daniele, piacere di conoscerti. Tranquillo, anche io come te soffro del tuo stesso problema. Non siamo mai soli...

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Re: ciao a tutti, mi presento (apatia/isolamento)

Messaggio  DaniMI il Mer Ago 08, 2018 3:33 pm

djgonz ha scritto:Ciao Daniele, piacere di conoscerti. Tranquillo, anche io come te soffro del tuo stesso problema. Non siamo mai soli...

Eh sì immaginavo, alla fine credo sia un problema magari meno grave di altri (es. autolesionismo, tendenze aggressive, rifugiarsi nelle dipendenze ecc) a breve termine ma che a medio-lungo termine consumi e butti giù abbastanza.. Piacere mio

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Re: ciao a tutti, mi presento (apatia/isolamento)

Messaggio  VuotoAperdere il Mer Nov 14, 2018 1:33 am

Sono come te,e sempre più convinto che siamo dalla parte giusta.
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Re: ciao a tutti, mi presento (apatia/isolamento)

Messaggio  canterel II il Gio Nov 15, 2018 5:49 pm

Ciao a tutti.

Vorrei chiedere a VuotoAperdere, in che senso essere apatici e/o isolarsi significa stare dalla parte giusta? E quali sono i contorni della parte sbagliata? Lo chiedo perché penso che sarebbe meglio provare a essere giusti senza isolarsi. L'isolamento è pericoloso, faticoso, fa generalmente male alla salute fisica e psichica, anche se esistono differenze soggettive tra gli individui e certamente c'è chi ha più bisogno di spazi e momenti per la solitudine. Anche io, certamente. Forse bisogna anche chiarire cosa si intende per "isolamento", perché se parliamo di una certa riservatezza che non impedisce tuttavia di parlare, lavorare, condividere momenti significativi con altre persone, allora parliamo di qualcosa che non chiamerei isolamento.


VuotoAperdere ha scritto:Sono come te,e sempre più convinto che siamo dalla parte giusta.

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Re: ciao a tutti, mi presento (apatia/isolamento)

Messaggio  VuotoAperdere il Gio Nov 15, 2018 7:57 pm

canterel II ha scritto:Ciao a tutti.

Vorrei chiedere a VuotoAperdere, in che senso essere apatici e/o isolarsi significa stare dalla parte giusta? E quali sono i contorni della parte sbagliata? Lo chiedo perché penso che sarebbe meglio provare a essere giusti senza isolarsi. L'isolamento è pericoloso, faticoso, fa generalmente male alla salute fisica e psichica, anche se esistono differenze soggettive tra gli individui e certamente c'è chi ha più bisogno di spazi e momenti per la solitudine. Anche io, certamente. Forse bisogna anche chiarire cosa si intende per "isolamento", perché se parliamo di una certa riservatezza che non impedisce tuttavia di parlare, lavorare, condividere momenti significativi con altre persone, allora parliamo di qualcosa che non chiamerei isolamento.


VuotoAperdere ha scritto:Sono come te,e sempre più convinto che siamo dalla parte giusta.

Ciao Canterel.
"Provare"a essere giusti cosa significa?Recitare?Purtroppo non ne sono in grado.Dico che siamo dalla parte giusta perchè o si è in grado oggi di accoltellare il tuo prossimo alle spalle e domani lodarlo come fosse tuo fratello, o il gioco non fa per te.La vita è ipocrisia,null'altro.Io lavoro,ma il mio isolamento sociale è evidente a tutti quelli con cui sono obbligato a relazionarmi.
Una curiosità personale Canterel:se puoi dirlo,che lavoro fai?
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Re: ciao a tutti, mi presento (apatia/isolamento)

Messaggio  canterel II il Ven Nov 16, 2018 11:58 am

@VuotoAperdere

Essere giusti, per me, significa applicare i propri principi morali. Quindi significa provare, perché nel passaggio tra l'idea e l'applicazione concreta intervengono tanti fattori di influenza che non garantiscono il risultato.
A me davvero non sembra che esistano solo situazioni come quella che descrivi, del tipo mors tua vita mea. Né che la vita si riduca soltanto a ipocrisia. Certamente c'è anche l'ipocrisia tra i risultati del comportamento umano. Non solo quella. Non sto proponendo una visione consolatoria della vita e del mondo, che è effettivamente pieno di situazioni terribili. Però non mi sembra neppure che l'ipocrisia sia l'unico o il peggior veicolo del dispiacere.

Quando si sta male, e in alcune condizioni di sofferenza psichica, si tende ad assumere dei punti di vista assoluti, dividendo il campo delle possibilità soltanto in due. Si crea quindi uno spaventoso crinale tra ciò che si giudica buono e il male senza sfumature.
L'esperienza delle cose e delle persone è spesso una mescolanza di informazioni eterogenee e dissonanti, mentre la percezione di coerenza e di omogeneità (che è piacevole e dunque associata a ciò che ci pare giusto e buono) è più spesso legata a stati regressivi come l'ebrezza e l'ipnosi.
Inoltre, siamo tutti molto facilmente orientati a dare importanza prioritaria agli aspetti di fastidio, di dolore o di minaccia, per reagire prontamente ad essi.
Ecco che allora, nell'esperienza delle cose e delle persone che come dicevo mescola informazioni eterogenee, facilmente si percepisce nell'insieme delle informazioni anche qualcosa di fastidioso, di doloroso o di minaccioso, e gli si accorda una certa priorità. L'elemento dissonante e fastidioso, insomma, spicca.
Se a valle di queste percezioni c'è un sistema di giudizio che utilizza solo due categorie, facilmente si finirà per classificare ogni esperienza come malvagia, dissonante e incoerente e non come buona, omogenea e coerente.
E' un modo di percepire che conosco, e che non mi ha portato molto bene.
Ora faccio l'educatore.

Ciao, grazie per avermi risposto

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Re: ciao a tutti, mi presento (apatia/isolamento)

Messaggio  DaniMI il Dom Nov 18, 2018 4:18 pm

Non so dire se è "giusto" o no, penso che dipenda dal grado di isolamento.. Pure io non sopporto fingere amicizia o empatia in rapporti puramente di "circostanza" (come sul lavoro o in altri contesti), o anche con conoscenze storiche come ex compagni di scuola da ragazzini, con i quali però è rimasto poco in comune. Tendo a preferire uscire poco, relazionarmi con poche persone che hanno qualcosa in comune con me. Da un lato mi evito dinamiche di ipocrisia / circostanza, ed è un bene, ma dall'altro forse mi precludo possibilità varie, anche, banalmente, allargare il giro di conoscenze.

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Re: ciao a tutti, mi presento (apatia/isolamento)

Messaggio  canterel II il Mar Nov 20, 2018 5:21 pm

DaniMI ha scritto:Non so dire se è "giusto" o no, penso che dipenda dal grado di isolamento.. Pure io non sopporto fingere amicizia o empatia in rapporti puramente di "circostanza" (come sul lavoro o in altri contesti), o anche con conoscenze storiche come ex compagni di scuola da ragazzini, con i quali però è rimasto poco in comune. Tendo a preferire uscire poco, relazionarmi con poche persone che hanno qualcosa in comune con me. Da un lato mi evito dinamiche di ipocrisia / circostanza, ed è un bene, ma dall'altro forse mi precludo possibilità varie, anche, banalmente, allargare il giro di conoscenze.

Penso che infatti la categoria di giusto o di sbagliato in astratto, senza definire i parametri della situazione né il proprio concetto di giustizia, sia scomoda da applicare.

In questo discorso, fra le altre cose, mi interessa riflettere su cosa significa "recitare" (VuotoAperdere) o "fingere", appunto.
Esistono modi positivi, accettabili di intendere la finzione? E c'è un confine preciso tra la finzione e l'autenticità nel comunicare con gli altri?

La comunicazione implica un certo impegno per manifestare idee, sentimenti, atteggiamenti, che non si trasmettono telepaticamente.
Devo accettare che la mia capacità di farmi comprendere dagli altri e di identificarmi con gli altri è sempre limitata in qualche misura, perché ci sono altre soggettività coinvolte insieme alla mia, ma separate, e tutte queste soggettività contemporaneamente producono le loro intenzioni e comunicano qualcosa in modo indipendente.

Mi sembra che la comunicazione sia necessariamente artificiale: per manifestare qualcosa dei miei stati interni, delle mie idee e atteggiamenti, devo sempre esagerare un elemento, sopprimerne un altro, tentare di indirizzare l'attenzione dell'interlocutore, negoziare gli oggetti e la loro importanza.
In parole povere, se mi rivolgo a qualcuno ricorro a delle presupposizioni, a delle manipolazioni, e sono anche pronto a modificarle in funzione dell'evoluzione della situazione, insomma fingo sempre, recito sempre, anche quando ciò che fingo è effettivamente corrispondente a ciò che voglio fingere in accordo col mio pensiero.
La finzione "di contenuto" potrà essere ad esempio una bugia; ma la finzione "di processo" non è già la comunicazione umana in sé, anche quando i prodotti riflettono schiettamente le intenzioni?

Per comunicare devo rinunciare all'illusione di restituire tutto dei miei stati interni e delle mie intenzioni, e devo accettare delle distorsioni che sono inevitabili prodotti del linguaggio.
Devo anche fare almeno altrettanta attenzione a ciò che percepisco dell'altro che a ciò che manifesto e percepisco di me stesso. Tra l'altro, per capire la situazione e le persone coinvolte devo dare ad esse importanza, quindi in un certo senso devo rispettarle: anche se, per esempio, non ho una buona opinione delle persone e detesto la situazione, devo comunque dedicargli attenzione, aver cura di cosa dicono e cosa fanno, altrimenti non riuscirò a organizzare bene i miei mezzi in funzione dei miei scopi.

Allora, quando si manifesta disagio e fastidio per la finzione, qual è la componente della finzione che disturba e che porta ad isolarsi? E' il contenuto o è qualcosa che riguarda il processo?
E' disturbante il sentirsi costretti dagli altri ad affermare cose che non si vogliono affermare, al posto di quelle che si sarebbe capaci e desiderosi di affermare?
O è disturbante non avere un buon controllo della propria finzione, cioè sentirsi incapaci di modulare i mezzi della comunicazione per poter manifestare qualcosa di soddisfacente in rapporto alle proprie intenzioni?
O altre cose?

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Re: ciao a tutti, mi presento (apatia/isolamento)

Messaggio  VuotoAperdere il Sab Nov 24, 2018 11:19 pm

canterel II ha scritto:
DaniMI ha scritto:Non so dire se è "giusto" o no, penso che dipenda dal grado di isolamento.. Pure io non sopporto fingere amicizia o empatia in rapporti puramente di "circostanza" (come sul lavoro o in altri contesti), o anche con conoscenze storiche come ex compagni di scuola da ragazzini, con i quali però è rimasto poco in comune. Tendo a preferire uscire poco, relazionarmi con poche persone che hanno qualcosa in comune con me. Da un lato mi evito dinamiche di ipocrisia / circostanza, ed è un bene, ma dall'altro forse mi precludo possibilità varie, anche, banalmente, allargare il giro di conoscenze.

Penso che infatti la categoria di giusto o di sbagliato in astratto, senza definire i parametri della situazione né il proprio concetto di giustizia, sia scomoda da applicare.

In questo discorso, fra le altre cose, mi interessa riflettere su cosa significa "recitare" (VuotoAperdere) o "fingere", appunto.
Esistono modi positivi, accettabili di intendere la finzione? E c'è un confine preciso tra la finzione e l'autenticità nel comunicare con gli altri?

La comunicazione implica un certo impegno per manifestare idee, sentimenti, atteggiamenti, che non si trasmettono telepaticamente.
Devo accettare che la mia capacità di farmi comprendere dagli altri e di identificarmi con gli altri è sempre limitata in qualche misura, perché ci sono altre soggettività coinvolte insieme alla mia, ma separate, e tutte queste soggettività contemporaneamente producono le loro intenzioni e comunicano qualcosa in modo indipendente.

Mi sembra che la comunicazione sia necessariamente artificiale: per manifestare qualcosa dei miei stati interni, delle mie idee e atteggiamenti, devo sempre esagerare un elemento, sopprimerne un altro, tentare di indirizzare l'attenzione dell'interlocutore, negoziare gli oggetti e la loro importanza.
In parole povere, se mi rivolgo a qualcuno ricorro a delle presupposizioni, a delle manipolazioni, e sono anche pronto a modificarle in funzione dell'evoluzione della situazione, insomma fingo sempre, recito sempre, anche quando ciò che fingo è effettivamente corrispondente a ciò che voglio fingere in accordo col mio pensiero.
La finzione "di contenuto" potrà essere ad esempio una bugia; ma la finzione "di processo" non è già la comunicazione umana in sé, anche quando i prodotti riflettono schiettamente le intenzioni?

Per comunicare devo rinunciare all'illusione di restituire tutto dei miei stati interni e delle mie intenzioni, e devo accettare delle distorsioni che sono inevitabili prodotti del linguaggio.
Devo anche fare almeno altrettanta attenzione a ciò che percepisco dell'altro che a ciò che manifesto e percepisco di me stesso. Tra l'altro, per capire la situazione e le persone coinvolte devo dare ad esse importanza, quindi in un certo senso devo rispettarle: anche se, per esempio, non ho una buona opinione delle persone e detesto la situazione, devo comunque dedicargli attenzione, aver cura di cosa dicono e cosa fanno, altrimenti non riuscirò a organizzare bene i miei mezzi in funzione dei miei scopi.

Allora, quando si manifesta disagio e fastidio per la finzione, qual è la componente della finzione che disturba e che porta ad isolarsi? E' il contenuto o è qualcosa che riguarda il processo?
E' disturbante il sentirsi costretti dagli altri ad affermare cose che non si vogliono affermare, al posto di quelle che si sarebbe capaci e desiderosi di affermare?
O è disturbante non avere un buon controllo della propria finzione, cioè sentirsi incapaci di modulare i mezzi della comunicazione per poter manifestare qualcosa di soddisfacente in rapporto alle proprie intenzioni?
O altre cose?
Ciao Canterel è parecchio che sono iscritto qui e ho frequentato di tanto in tanto,ho sempre trovato interessanti le tue analisi mirate a cogliere il nocciolo delle questioni.Ti immaginavo in un ruolo tipo insegnante,di quelli appassionati al proprio lavoro.Non credo di esserci andato molto lontano.
Comunque,qui è difficile rendere l'0idea della propria condizione.
Immaginami come un eremita urbano.Se tu mi chiedessi se ho una compagna o se faccio qualcosa,la mia risposta sarebbe sempre NO (la risposta istintiva sarebbe NON NE HO VOGLIA).Ho un lavoro,sì.E bada:sono anni che vado avanti così,diciamo dai 25 anni in poi (ne ho quasi il doppio).Sono spettatore del mondo e della vita degli altri e sarò pazzo io,ok,ma non scemo,e da questo punto di vista ne vedo di follia nel mondo "normale",eccome.Se potessi affrancarmi dal lavoro sarebbe l'ideale,forse vedrei al massimo il postino (se riesce a trovarmi).Io appaio depresso agli occhi della gente,ma la verità è che mi deprime avere a che fare con lei.Io non fingo,io sono.Non mi faccio condizionare dalla provenienza delle opinioni,giudico il contenuto chiunque sia a sostenerle.Se un debole viene attaccato ingiustamente,io mi alleo con lui.
Non seguo le regole del branco,a meno che non le condivida. Ma questo non piace al branco,se non sono come lui mi guarda con sospetto e mi scredita(anche chi pensavo più affine a me).In un certo senso può essere anche colpa mia se essere se stessi può essere una colpa.Ma per vivere nauseato in mezzo agli altri,preferisco di gran lunga fare il misantropo,soffro meno.
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