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Messaggio  Andrea Writer il Gio Mag 24, 2018 5:26 pm

Ciao, vi scrivo in uno dei miei tanti, troppi momenti di quella che fino a qualche tempo fa avrei chiamato depressione, termine che però oggi tendo a depennare dalla rubrica del mio vocabolario interiore. Me la diagnosticarono più di 10 anni fa, dopo una serie omicida di attacchi di panico che scavarono un solco divenuto presto insormontabile tra quella che era stata la mia giovinezza (all'epoca avevo solo 31 anni) e la mia nuova, faticosa età adulta (oggi ne ho 42).
Non parlo più di depressione, ma di condizione. Ho smesso di identificarmi nella malattia, perché questo non ha fatto altro che fornirmi un alibi vita natural durante, un pretesto inattaccabile che mi aveva reso immune da una vera e sincera auto-riflessione. Considerandomi malato ero giustificato a tenere una serie di comportamenti, gli stessi che se avessi visto adottare da qualcun altro non avrei esitato a etichettarlo come pezzo di cacchina: chiedere sempre, senza il vincolo del dare; abbandonare amici e parenti quando quella continua pretesa non veniva più accolta; smettere di amare la propria moglie perché in qualche modo le sue caratteristiche non rispondevano più alle tue esigenze; caricare i figli dell'ingombrante ruolo di debitori, come se loro, a 3, 4 o 5 anni, dovessero ritenersi vincolati al loro padre per la sola ragione che da lui sono stati messi al mondo; criticare gli altri, alimentare il senso di disgusto verso la massa insensibile e cinica, ridicolizzarla attraverso il filtro di un non-si-sa-bene-perché complesso di superiorità; sparire dal mondo nel momento in cui si è messi alle strette con se stessi, un anno circa senza cellulare, facebook e piccioni viaggiatori, tutto quel tempo senza sentire più nessuno, col solo duplice scopo di far pesare la propria assenza senza allo stesso tempo essere obbligato a fare i conti con le proprie responsabilità.  
Naturalmente non ho fatto tutto questo in pochi anni. Il cambio d'immagine è stato così lentamente progressivo da sembrare impercettibile. La depressione/condizione in questo senso è il lavoro di un cesellatore, di un amanuense, di un artista del decopuage. Perciò non te ne accorgi, di quello che sei diventato, se non a risultati fatti.
Chi sono oggi? Un uomo solo, essenzialmente. Matrimonio in via di fallimento, gli amici di un tempo fuggiti a gambe levate, i genitori ridotti a un paio di estranei a cui dedicare giusto un po' di figliale tenerezza. Ma quanto ci ho messo del mio in questo? Quanto la mia vita è il prodotto delle mie scelte e dei miei comportamenti? 50%? 70%? 100%?
Non me lo chiedo più, amici miei. Oggi cerco nel mio piccolissimo (sì, credetemi, non mi sento più "stocazzo", e la vita adesso è clamorosamente più chiara) di accettare questa condizione di solitudine che ci viene assegnata dal primo momento in cui lo spermatozoo di nostro padre ha inseminato l'ovulo di nostra madre. Non voglio insegnare niente a nessuno, cercate di capirmi, ma se ognuno di noi si convincesse del fatto che tutti, senza distinzione di sesso, razza e religione, nasciamo e cresciamo soli, forse impiegheremmo il tempo che il nostro passaggio sulla Terra ci ha concesso a coccolare questa condizione comune dell'essere umano.
Patch Adams una volta ha scritto che se anziché parlare di depressione "cominciassimo a parlare di solitudine, sapremmo per certo che non ci sono farmaci. Non c'è industria che tenga, basta l'amore umano".
Ecco, è da qui che vorrei ripartire. Per sopravvivere alle nostre macerie dovremmo riconoscerci l'uno con l'altro. Ognuno di noi contiene in sé le paure dell'altro, le sue contraddizioni, la sua rabbia. La sua solitudine. Condividere questa scoperta con un semplice, banalissimo abbraccio, servirebbe a dare un senso più sopportabile a questo pauroso inferno che chiamiamo vita.

Andrea Writer

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Re: Nati soli

Messaggio  Matilda il Ven Mag 25, 2018 1:15 am

Ciao Andrea, le tue parole sono tanto forti quanto vere. Credo che in tanti se non tutti, qui dentro, conoscano quel senso di solitudine che arriva da lontano e che sembra un ombra. Ho quasi la tua etá e sto lottando anch'io contro una depressione nata 5 anni dopo alterne vicende familiari. Non houn compagno da anni ne figli né amici. Mi sono trasferita all'estero per scappare da familiari tossici che mi avrebbero portato al suicidio se fossi rimasta con loro. Mi sento sola? si! Ma sto cercando di riempire la mia vita con una moltitudine di interessi e pensando che tutto puó cambiare in meglio. Sei un uomo ancora giovane e da come scrivi, consapevole di tante cose, non abbandonarti. Io credo tu possa riprendere in mano la tua vita sociale ed in parte familiare. I tuoi figli hanno bisogno di te e tu di loro.

Matilda

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Re: Nati soli

Messaggio  Andrea Writer il Ven Mag 25, 2018 4:37 pm

Grazie delle tue parole, Matilda.
Spero per te le stesse cose che mi hai augurato. Ed hai perfettamente ragione, le passioni sono il nostro istinto di sopravvivenza che si traduce in azione. Mai lasciarsi sfuggire l'occasione di coltivarle. Farlo, al contrario, equivale a spegnersi. E io, piuttosto che spegnermi, preferisco bruciare.
Ti abbraccio

Andrea Writer

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