Il treno per la felicità quand'è che passa?

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Il treno per la felicità quand'è che passa?

Messaggio  Colui che non fu mai il Dom Lug 30, 2017 12:34 am

Ero bambino e già dicevo ai miei genitori di sentirmi triste. L’adolescenza è stata devastante. Un’epoca di solitudine estrema che mi ha portato parecchie volte a tentare il suicidio.
Sono diventato maggiorenne e finalmente ho potuto dire di avere un amico. La distanza però ci impediva di vederci spesso.
Sono cresciuto ancora. Mi sono innamorato nel giro di quattro anni di tre ragazzi diversi, due dei quali mi hanno illuso: uno mi ha usato e poi buttato, l’altro mi ha detto che non ci sarebbe stato nessun futuro tra di noi. Non riusciva a provare amore nei miei confronti, solo un gran bene. Per dimenticarlo ci ho messo troppo tempo.
Intanto quell'unico vero amico l’ho perso. Ho conosciuto un altro ragazzo in amicizia che mi ha introdotto in una piccola compagnia di persone. Uscivo molto in quel periodo. L’unico momento della mia vita in cui posso dire di aver vissuto abbastanza tranquillamente. Però quella compagnia era costituita da persone piuttosto ipocrite che in realtà non avevano intenzione di condividere il loro tempo con me (anche tra di loro litigavano spesso). Nel giro di un paio d’anni mi sono ritrovato quasi da solo.
Mi sono innamorato di nuovo, e credo che questa volta anche lui mi amasse. Ci conoscevamo da molto ma questo sentimento profondo è arrivato più tardi, un po’ all'improvviso. Proprio quando lui doveva emigrare. Non volendo patire la distanza, l’ho evitato sempre di più, fino a che abbiamo tagliato i ponti.
È arrivato per me il momento della laurea. Mi sentivo pieno di ambizioni, volevo trovare al più presto un lavoro, raccogliere il necessario per trasferirmi temporaneamente all'estero, ritornare per proseguire i miei studi e indirizzarmi verso una carriera promettente.
Sono trascorsi due anni, ho inviato curriculum su curriculum, ho parlato con chiunque ma tutti mi hanno scartato. Sono riuscito a trovare solo lavoretti da sfruttato. Così la frustrazione è aumentata sempre di più, mentre le motivazioni crollavano.
Sono riuscito, con due soldi in tasca, a prendere un aereo e andare in un altro paese. Tutti, ma proprio tutti mi hanno sbattuto la porta in faccia. Non mi volevano nemmeno per passare lo straccio. Non si fidavano a causa della mia laurea. Mi dicevano che certi lavori non sembravano adatti a una persona come me. I mestieri che però sarebbero stati adatti a me (secondo loro) mi erano anche questi negati. Non sapevo parlare bene la lingua del posto. Non avendo più soldi a disposizione, ho chiesto aiuti a conventi, monasteri, associazioni, ma senza successo. Non mi restava che comprare con gli ultimi spiccioli un biglietto per ritornare in Italia.
Ho cercato di ricominciare tutto da capo, senza più neppure un amico. Niente, non era cambiato niente, gli unici lavori che potevo avere erano sempre gli stessi (soprattutto call-center). Ho anche cercato di riprovare la carta dell’estero, chiedendo a delle associazioni di fare del volontariato, ma tutto inutilmente. Dopo parecchi mesi di ricerche e richieste, mi hanno scartato anche per questo.
Allora ho deposto le armi. Ho smesso di cercare, mi sono chiuso in camera, per uno, due, tre, quattro, cinque, sei anni. Sempre più solo, sempre più frustrato, sempre con meno capacità di reagire e con una paura sociale smisurata. Ho staccato la scheda del cellulare per anni, ho chiuso quei pochi social che usavo, non ascolto più musica, non vedo più film, ci metto un’eternità per finire un libro, perché a ogni pagina penso a quanto io sia solo. Non mi va di incontrare nessuno. Quelle poche volte in cui qualcuno è riuscito a rintracciarmi, mi sono inventato che abitavo in un’altra città e che ero felice con il mio ragazzo (immaginario). Non ce l’ho fatta a dire che sono solo, depresso, frustrato e totalmente fallito. Solo con una mia ex amica ho pensato di potermi sbilanciare. Pensavo potesse venirmi spontaneamente incontro, invece mi ha detto giusto “dai, su, riprenditi presto”. Così quando l’ho risentita una seconda volta, ho inventato anche a lei di essermi trasferito e di sentirmi felice.
Intanto il tempo non si arresta. Il trentaquattresimo compleanno è giusto, ed è tutto sempre più buio. La giovinezza l’ho vista trascorrere; Il corpo decadente non fa più sperare che qualcuno potrebbe mai interessarsi a me (se mai uscissi di casa); i miei studi sono rimasti a metà ed è troppo tardi per proseguire. Ma soprattutto non sono motivato a proseguire perché con la laurea non ho avuto vantaggi. Sono seriamente convinto che proseguire sarebbe solo tempo perso. Tempo perso tra giovani che mi farebbero sentire vecchio.
Il curriculum è vuoto. Nessuno mi accetterebbe. Dopo tutto è vero, non so fare niente.

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Re: Il treno per la felicità quand'è che passa?

Messaggio  canterel II il Sab Ago 05, 2017 2:10 pm

Ciao Colui, benvenuto nel forum.
Avevo letto questo messaggio giorni fa e mi ero anche ripromesso di rispondere, poi un impegno mi aveva distolto e in seguito ho dimenticato, mi spiace.

Non vedo affatto un curriculum vuoto: interessi che ora fai fatica a coltivare ma che possono essere recuperati, competenze linguistiche, viaggi all'estero, diversi lavori, diverse storie, diverse amicizie.
Può darsi che un fronte su cui lavorare per stare meglio sia proprio quello di smontare ideali troppo alti e incompatibili con il corso naturale dell'esistenza.
Ad esempio, la paura del corpo che invecchia è umanissima, ma per forza tutti dobbiamo imparare a gestirla, non è sostenibile inquadrarla come una disgrazia. Essendo questa una sorte comune, il corpo che invecchia potrà incontrare altri corpi che invecchiano, o persone che non temono i segni della maturità altrui.
Il concetto di fallimento è per me del tutto analogo a quello del corpo che invecchia. Tutto fallisce, nel tempo. Trovare lavoretti da sfruttato è un esito comune a tante persone e mi sembra sempre più chiaro che non si possono isolare criteri di razionalità o di merito per decidere a chi tocca un lavoro decente e a chi no. Ormai un paio di generazioni si stanno rendendo conto che devono arrangiarsi come capita, non è un bel vedere e neanche un bel vivere, ma non deve essere appunto neanche uno stigma personale.
Non so se hai già pensato a questa possibilità di cambiare un po' le idee e le rappresentazioni di cui rivesti il mondo che vedi davanti a te, o se quello che ho scritto ti sembra una sciocchezza (in tal caso perdona), comunque benvenuto.

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Re: Il treno per la felicità quand'è che passa?

Messaggio  Colui che non fu mai il Dom Ago 06, 2017 2:23 am

Grazie canterel II.

Be', forse può sembrare tanta roba, ma è diluita in un arco di tempo troppo lungo. O forse sono stati gli ultimi anni di segregazione nella mia camera che mi hanno portato a cristallizzarmi nell'impressione di non aver mai fatto niente. Non saprei. Di certo non ho vissuto la vita che speravo di vivere. Ogni esperienza significativa è durata un soffio... e poi la stasi.

Magari anche questa percepita problematica sensazione dell'allontanamento della giovinezza è amplificata dal mio periodo di totale segregazione (periodo che non si è veramente concluso). Ho perso la mia adolescenza, ho perso buona parte della mia giovinezza e, adesso, non ho le forze per non perdere anche questa mia nuova fase dell'esistenza.
Vorrei riuscirci a cambiare quelle rappresentazioni, ma è più difficile di quanto possa sembrare.

Colui che non fu mai

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Re: Il treno per la felicità quand'è che passa?

Messaggio  canterel II il Dom Ago 06, 2017 7:10 pm

Colui che non fu mai ha scritto:
Vorrei riuscirci a cambiare quelle rappresentazioni, ma è più difficile di quanto possa sembrare.

non è affatto facile e può darsi che sia anzi un lavoro sempre aperto, come lo è per me. è anche difficile cambiare queste rappresentazioni se non si introducono input di esperienza nuovi e punti di vista esterni, perché un sistema relativamente isolato tende a conservarsi con il materiale che contiene già.
a questo proposito gioverebbe coltivare qualche relazione: non significa diventare trasparenti e aprirsi completamente al primo che passa, ma provare ad accettare i contatti, persone da vedere anche con pretesti e senza grandi aspettative, per stimolare la propria curiosità.
per esempio, provare a dirsi che non c'è bisogno di nascondere il fatto di essere single.
dopo di che, ma è una scelta ed un impegno che spetta soltanto a te, se vuoi un aiuto (per esempio, a cambiare le rappresentazioni di cui sopra), c'è anche l'opzione delle psicoterapie che ti permettono di parlare in un clima di relativa maggiore sicurezza e fiducia.

io qui posso solo rimarcare la tossicità e l'inutilità, quando non la falsità, di un concetto diffuso come quello di "fallimento", che davvero significa poco o nulla e nasconde la fallibilità universale separandola in modo illusorio dal corpo collettivo.

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Re: Il treno per la felicità quand'è che passa?

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