Camminando in tondo

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Messaggio  Animula vagula blandula il Lun Lug 03, 2017 5:49 pm

Buonasera a tutti gli utenti del forum e ai lettori del topic,
scrivo per condividere la mia esperienza con voi, per l'impressione di avere qualcuno con cui aprirmi.
Sono una ragazza di ventun'anni ed ho iniziato a stare male gli ultimi anni di liceo; sono quattro che convivo con questa realtà.
Nel tempo il problema ha assunto forme diverse: ho iniziato diventando molto aggressiva, irritabile, a sfogare la mia rabbia su me stessa facendomi male, bevendo, assumendo farmaci e stupefacenti; guardando indietro, credo sia stato questo il momento in cui ho perduto qualcosa...l'energia, il piacere per la vita, sento di essermele strappate dal petto con le mie stesse mani, rovinandole in modo irreversibile, creando un vuoto, una mancanza profonda che ha segnato per sempre una distanza irriducibile tra quella che fui, venuta al mondo, e quella che non-sono ormai da quattro anni. Con il tempo alcune manifestazioni sono andate via, altre sono comparse: la rabbia e gli sfoghi verso di me hanno lasciato il posto ad una disperazione profonda, ad una totale mancanza di volontà, che senza tregua mi riporta sempre a letto, immobile, per lunghi periodi. L'insonnia trasforma ogni notte in un'agonia, sono arrivata al punto di avere paura di chiudere gli occhi. L'ansia e la paura controllano le mie decisioni, non ho più la presa su me stessa, sulla mia vita. Lo scorso anno, per un attimo, ho pensato che ne sarei uscita, mi ha presa una speranza che non ricordavo più, ma mi stavo illudendo: ho scoperto cosa significa convivere con la fobia sociale, con l'ipocondria più lacerante. Dopo i penosi anni del liceo, che tutt'oggi mi mettono in imbarazzo per me stessa e che eviterò qui di raccontare, e un anno perso nel niente dopo la maturità, avevo deciso di darmi fiducia, di smetterla di vergognarmi di quella che ero, di come avevo agito in passato, di come ero stata giudicata...ho deciso di darmi un'altra possibilità per cambiare le cose, dimostrare a me stessa e a tutti quelli che mi avevano sempre rifiutata che valevo più di niente, che meritavo di essere qui, di avere ragione di esistere. Ho fatto una scelta e mi sono iscritta all'università...è stato difficile trovarmi all'improvviso in mezzo a tante persone, io che non ero più abituata. Ho nascosto crisi di panico, paranoie, trattenuto lacrime, ma la maggior parte delle volte vincevo e ci andavo, soffrivo in mezzo agli altri e non sono riuscita a legare con nessuno, ero completamente chiusa, facevo muro e mi sono vista rifiutata un'altra volta, additata come stupida, stramba, disadattata, ma non mi importava di questo, quello che avevo in mente erano gli esami e la laurea, era l'unica cosa che mi sembrava desse, finalmente, un senso alla mia vita. Evidentemente non è bastato, perché i problemi si sono ripresentati sempre più forti, piano piano ho iniziato ad andare sempre meno ai corsi, a non controllare più le crisi di panico, a non credere più in me stessa. In un anno non ho dato nemmeno un esame: rimandavo, rimandavo, non ne avevo il coraggio, non mi sentivo mai sufficiente. Ora è luglio ed è da maggio che, di nuovo, io non esco di casa e sto pensando di rinunciare agli studi. Non riesco a cancellare il passato: mi sforzo di muovermi in avanti, ma torno sempre indietro, al punto di partenza e devo ricominciare tutto da capo, ed è così da così tanto tempo che non so più se cambierà. Io sento di starmi di nuovo lasciando sprofondare senza fare nulla, con arrendevolezza, da spettatrice passiva di una vita che non è la mia, di una persona che non riesco ad identificare in me. Guardo allo specchio e non mi sembra di vedere più niente: un'astrazione lontanissima, che io non riconosco. È una sensazione che mi terrorizza, io non so più dove sono o cosa fare...non ho più idee e non ho volontà, desideri, passioni...io non sono più niente; qualsiasi sentimento, impressione, caratteristica che possano qualificare un essere umano come tale, io non la possiedo. Cosa sono io, allora? Solo un corpo vuoto...? Questa volta non ho voglia di ricominciare, di provare a salvare me e la mia vita, perché non è più possibile, è tardi e ho sbagliato tutto.
Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere fino a qui, un saluto a tutti.

Animula vagula blandula

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Re: Camminando in tondo

Messaggio  canterel II il Lun Lug 03, 2017 8:53 pm

Animula Vagula Blandula,
ecco il potere della letteratura latina di rendere eufonica qualunque cosa - anche una sciocchezza - senza paragoni:
si tengano gli inglesi "last night I dreamt I went to Manderley again..." e buon pro gli faccia, che altra consolazione non hanno oltre alla birra e ai fagioli.

se ti senti in difficoltà e hai bisogno di aiuto (ed è una cosa che tu puoi decidere), al posto tuo chiederei aiuto in volgare italiano a chi me ne può prestare di persona:
in tal caso chiedi aiuto con fiducia, e fa conto sulla sinergia che le tue risorse personali e l'aiuto esterno possono produrre. le risorse personali si indovinano nella scrittura. l'aiuto esterno si trova, se serve. forse anche il tuo ateneo ha uno sportello aperto che offre consulenza e aiuto psicologico, se vuoi.

non hai sbagliato niente, non è una gara, men che meno all'università.
le crisi di panico, le paranoie. sono brutte e fastidiose per te, ma guarda che sono diffuse, e come non sono così notevoli e interessanti per te le paranoie del prossimo tuo, anche le tue paranoie non sono rilevanti e imbarazzanti per gli altri. non pensare di essere stramba. se sei fragile sei appunto umana. se dichiari e affronti un malessere sei anche più coraggiosa di tanti, non credere.

essere passivi, essere spettatori: succede, non è una colpa.
essere attivi, essere attori: non è un merito. sono determinazioni, e sono tanto più fluide quanto più accettiamo di masticarne quello che di buono e di pessimo ce ne viene. non ti sembra?



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Re: Camminando in tondo

Messaggio  Animula vagula blandula il Lun Lug 03, 2017 11:22 pm

Canterel II,
ti ringrazio per avermi risposto.

Ho provato più volte ad iniziare un percorso terapeutico, ma non sono mai riuscita a portarlo avanti. Ho il vizio maledetto di lasciare le cose sempre a metà...
Mi sono rivolta ad una psicoterapeuta e mi ha, dal primo giorno, prescritto dei farmaci...mi è sembrata una mancanza di fiducia e di rispetto nei miei confronti, e non sono più tornata. Allora mi sono rivolta ad uno psicologo, avrò iniziato una terapia almeno quattro o cinque volte, e non ho mai proseguito. Quello che mi diceva non solo mi confermava di stare male, ma mi suggeriva anche di stare peggio di quanto non volessi ammettere a me stessa. E poi, alcuni discorsi molto personali non riuscivo ad affrontarli così, senza conoscere la persona che mi stava davanti. Probabilmente tutta questa mia reazione è assurda, perché è esattamente come una terapia dovrebbe essere, eppure io non riesco a digerire questo metodo.

Sul piano teorico, condivido i tuoi pensieri. Tuttavia, mi sembra un discorso complesso, che non so come prendere. Trovo difficile crederci quando si è stati allontanati proprio a cause di quelle paranoie, di quel modo di essere. Difficile credere di non avere qualcosa di sbagliato, quando si è stati emarginati. Difficile anche credere che questa vita non sia una gara; purtroppo, invece, lo è...o almeno è proprio così che viene intesa. Siamo sempre in concorso ed è il più forte che viene premiato, il più bravo, il più bello, il più produttivo, certo non il più fragile; l'umanità non ha peso in società. E la questione è: se riesci ad adattarti, allora meriti fiducia, altrimenti resti ai margini.
Ognuno ha la propria umanità, la propria realtà interiore, la sua dose di problemi e paranoie, certamente; la colpa sta nel non riuscire ad astrarle da tutto il resto.
Che poi, in un certo senso, si declina nella differenza tra essere uno spettatore passivo o un protagonista attivo nella vita.
Esistono situazioni in cui, semplicemente, non va bene mostrare la propria umanità; bisogna saper agire in modo appropriato, e io questo non lo so fare. In questo senso la mia passività è una colpa: sono debole. Io non ho il diritto di essere depressa, è sbagliato che lo sia. Non so se sia riuscita a farmi intendere bene, il mio linguaggio ha ancora qualche limite.

Anche l'ultimo passaggio che hai scritto, l'ho trovato molto interessante. Mi ha fatto venire in mente un altro aspetto di me che si è manifestato solo di recente, cioè a seguito dello stato di malessere; che non avevo, insomma, spontaneamente, cioè il perfezionismo. Che sia la persona più lontana dall'idea di perfezione, credo, si sia capito, ma ora io non voglio accettare di masticare quello che di buono o di pessimo me ne viene, dall'azione. Se non ho, a priori, la sicurezza di raggiungere il massimo, la perfezione, io non agisco, perché anche un piccolissimo punto in meno rispetto a quel risultato, mi farebbe stare male con me stessa. Nella mia testa, se non posso raggiungere il massimo possibile, allora non valgo niente e non vale la pena sforzarsi per vedermi confermato di essere nulla. Ora, capirai, c'è un problema pratico in tutto questo: anzitutto bisognerebbe stabilire un metro di misura comune, in modo che si possa confermare l'esistenza di questa agognata perfezione o rassegnarsi che resti solo un concetto astratto, quindi di per sé vuoto, privo di determinazione. Ed è già difficile. Se poi riuscissimo a determinare questa astrazione, allora dovrei accettare che son quella che sono, ed è ancora più difficile. Sorgerebbe poi la questione del limite...insomma, è complicato. Io la logica dell'azione non la capisco proprio, non la vivo bene, e quindi eccomi qui, chiusa in casa da tre mesi e altre amenità simili.

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Re: Camminando in tondo

Messaggio  MortoCheCammina il Mar Lug 04, 2017 1:44 am

Animula vagula blandula ha scritto:Mi sono rivolta ad una psicoterapeuta e mi ha, dal primo giorno, prescritto dei farmaci...mi è sembrata una mancanza di fiducia e di rispetto nei miei confronti, e non sono più tornata.
Perché dovrebbe esssere una mancanza di fiducia e di rispetto?

Se persino una psicoterapeuta ti ha prescritto dei farmaci vuol dire che ci sono delle componenti nel tuo disagio che molto difficilmente si possono risolvere con delle sedute di psicoterapia, mi riferisco a questi problemi:
Animula vagula blandula ha scritto: L'insonnia trasforma ogni notte in un'agonia, sono arrivata al punto di avere paura di chiudere gli occhi. L'ansia e la paura controllano le mie decisioni, non ho più la presa su me stessa, sulla mia vita.
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Re: Camminando in tondo

Messaggio  Animula vagula blandula il Mar Lug 04, 2017 2:09 am

Perché io voglio riuscire a farlo da sola...prendere un farmaco mi farebbe sentire malata, quando basterebbe un po' di volontà in più...la stessa volontà che altre persone, invece, riescono a trovare; ecco, io non voglio accettare di non essere come loro, di non essere normale, voglio lavorare sui miei pensieri e sulle mie azioni per stare meglio.
Comunque la mancanza di fiducia non nei farmaci in sé, quelli lo so che li prescrivono...ma nel primo giorno. Era solo un'ora di prova e tu già mi prescrivi i farmaci, come è possibile se di me non sai ancora niente...non lo so, mi è sembrato me li volesse dare a priori per facilitare le cose.

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Re: Camminando in tondo

Messaggio  Bad Trip il Mar Lug 04, 2017 5:05 am

Non ho capito se le fasi antecedenti alla depressione le hai volutamente omesse per ragioni tue di privacy o perchè non hai ritenuto importante menzionarle. Io credo invece che sia di vitale importanza risalire a quegli episodi che possano essersi accumulati a livello inconscio influendo negativamente, non necessariamente percepiti come traumi, ma che hanno comunque avuto una rilevanza nel plasmare poi la tua identità. Sono e possono essere tante sottigliezze, ma che fanno la differenza tra il crescere in maniera funzionale o malsana e da questo possono svilupparsi i presupposti per una depressione che esploderà in un secondo momento.
E' un lavoro minuzioso ma io lì trovai risposte essenziali ad alcune mie domande, ricollegai tanti episodi che apparentemente avevo rimosso dalla memoria, archiviati chissàdove, perchè indubbiamente la mia mente usava stratagemmi mirati a minimizzare e dimenticare ferite, e che per colpa di questa dissonanza cognitiva erano destinate a rimanere raggomitolate nell'anima, direi. Mi ero illuso di essere una persona normale con un passato normale, quindi non capivo le origine della depressione, ma poi alla fine se analizzando i nodi vengono al pettine... non è possibile che uno diventi depresso per caso.
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Re: Camminando in tondo

Messaggio  Marika9214 il Mar Lug 04, 2017 9:09 am

Animula vagula blandula ha scritto:Canterel II,
ti ringrazio per avermi risposto.

Ho provato più volte ad iniziare un percorso terapeutico, ma non sono mai riuscita a portarlo avanti. Ho il vizio maledetto di lasciare le cose sempre a metà...
Mi sono rivolta ad una psicoterapeuta e mi ha, dal primo giorno, prescritto dei farmaci...mi è sembrata una mancanza di fiducia e di rispetto nei miei confronti, e non sono più tornata. Allora mi sono rivolta ad uno psicologo, avrò iniziato una terapia almeno quattro o cinque volte, e non ho mai proseguito. Quello che mi diceva non solo mi confermava di stare male, ma mi suggeriva anche di stare peggio di quanto non volessi ammettere a me stessa. E poi, alcuni discorsi molto personali non riuscivo ad affrontarli così, senza conoscere la persona che mi stava davanti. Probabilmente tutta questa mia reazione è assurda, perché è esattamente come una terapia dovrebbe essere, eppure io non riesco a digerire questo metodo.

Sul piano teorico, condivido i tuoi pensieri. Tuttavia, mi sembra un discorso complesso, che non so come prendere. Trovo difficile crederci quando si è stati allontanati proprio a cause di quelle paranoie, di quel modo di essere. Difficile credere di non avere qualcosa di sbagliato, quando si è stati emarginati. Difficile anche credere che questa vita non sia una gara; purtroppo, invece, lo è...o almeno è proprio così che viene intesa. Siamo sempre in concorso ed è il più forte che viene premiato, il più bravo, il più bello, il più produttivo, certo non il più fragile; l'umanità non ha peso in società. E la questione è: se riesci ad adattarti, allora meriti fiducia, altrimenti resti ai margini.
Ognuno ha la propria umanità, la propria realtà interiore, la sua dose di problemi e paranoie, certamente; la colpa sta nel non riuscire ad astrarle da tutto il resto.
Che poi, in un certo senso, si declina nella differenza tra essere uno spettatore passivo o un protagonista attivo nella vita.
Esistono situazioni in cui, semplicemente, non va bene mostrare la propria umanità; bisogna saper agire in modo appropriato, e io questo non lo so fare. In questo senso la mia passività è una colpa: sono debole. Io non ho il diritto di essere depressa, è sbagliato che lo sia. Non so se sia riuscita a farmi intendere bene, il mio linguaggio ha ancora qualche limite.

Anche l'ultimo passaggio che hai scritto, l'ho trovato molto interessante. Mi ha fatto venire in mente un altro aspetto di me che si è manifestato solo di recente, cioè a seguito dello stato di malessere; che non avevo, insomma, spontaneamente, cioè il perfezionismo. Che sia la persona più lontana dall'idea di perfezione, credo, si sia capito, ma ora io non voglio accettare di masticare quello che di buono o di pessimo me ne viene, dall'azione. Se non ho, a priori, la sicurezza di raggiungere il massimo, la perfezione, io non agisco, perché anche un piccolissimo punto in meno rispetto a quel risultato, mi farebbe stare male con me stessa. Nella mia testa, se non posso raggiungere il massimo possibile, allora non valgo niente e non vale la pena sforzarsi per vedermi confermato di essere nulla. Ora, capirai, c'è un problema pratico in tutto questo: anzitutto bisognerebbe stabilire un metro di misura comune, in modo che si possa confermare l'esistenza di questa agognata perfezione o rassegnarsi che resti solo un concetto astratto, quindi di per sé vuoto, privo di determinazione. Ed è già difficile. Se poi riuscissimo a determinare questa astrazione, allora dovrei accettare che son quella che sono, ed è ancora più difficile. Sorgerebbe poi la questione del limite...insomma, è complicato. Io la logica dell'azione non la capisco proprio, non la vivo bene, e quindi eccomi qui, chiusa in casa da tre mesi e altre amenità simili.

Hai descritto esattamente il mio stato d'animo. Ti capisco benissimo, anche riguardo all'essere perfetta.
Trovo che prescriverti farmaci sia stata oltre che una mancanza di rispetto anche di professionalità e, credimi, di psicologi imbecilli ne so qualcosa. A loro non frega niente, tu sei lì per far numero e pagare. Ci saranno anche quelli bravi, ma figurati se li troviamo proprio noi!
Non saprei che consiglio darti, visto che lo sto cercando anch'io da 5 anni ormai, però posso dirti che qui non sei sola e confrontarsi con gli altri sicuramente aiuta molto. Buona fortuna!
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Re: Camminando in tondo

Messaggio  MortoCheCammina il Mar Lug 04, 2017 1:25 pm

Animula vagula blandula ha scritto: basterebbe un po' di volontà in più...la stessa volontà che altre persone, invece, riescono a trovare

Credi davvero che basti un po' di forza di volontà per sconfiggere l'insonnia, l'ansia fuori controllo e le crisi di panico?
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Re: Camminando in tondo

Messaggio  Animula vagula blandula il Mar Lug 04, 2017 4:38 pm

Bad Trip ha scritto:Non ho capito se le fasi antecedenti alla depressione le hai volutamente omesse per ragioni tue di privacy o perchè non hai ritenuto importante menzionarle. Io credo invece che sia di vitale importanza risalire a quegli episodi che possano essersi accumulati a livello inconscio influendo negativamente, non necessariamente percepiti come traumi, ma che hanno comunque avuto una rilevanza nel plasmare poi la tua identità. Sono e possono essere tante sottigliezze, ma che fanno la differenza tra il crescere in maniera funzionale o malsana e da questo possono svilupparsi i presupposti per una depressione che esploderà in un secondo momento.
E' un lavoro minuzioso ma io lì trovai risposte essenziali ad alcune mie domande, ricollegai tanti episodi che apparentemente avevo rimosso dalla memoria, archiviati chissàdove, perchè indubbiamente la mia mente usava stratagemmi mirati a minimizzare e dimenticare ferite, e che per colpa di questa dissonanza cognitiva erano destinate a rimanere raggomitolate nell'anima, direi. Mi ero illuso di essere una persona normale con un passato normale, quindi non capivo le origine della depressione, ma poi alla fine se analizzando i nodi vengono al pettine... non è possibile che uno diventi depresso per caso.
Capire le origini is the way!

I primi (ed unici) giorni di terapia, abbiamo provato ad affrontare questo tipo di discorsi con lo psicologo, ma non lo so...li ho voluti omettere perché sono cose molto personali; in ogni caso, non credo che sia il mio caso. Avrei potuto avere un'infanzia più serena, ma anche ben più terribile! Ci sono persone che hanno affrontato problemi molto più seri, eppure non si comportano come faccio io, non si nascondono dietro il loro passato. Non lo so, io non credo proprio di avere il diritto di dare la colpa agli errori di qualcun altro per la mia incapacità ad agire. Forse la scarsa fiducia in me e negli altri o la tendenza alla tristezza, alcuni aspetti più irrilevanti, sì, possono essere il risultato di "traumi" precedenti, ma questa totale arrendevolezza, questa inettitudine a vivere...questo no, questo è colpa mia. Si può sempre scegliere di reagire in modi diversi, gli eventi spiacevoli capitano a tutti, posso davvero giustificarmi così? Nemmeno avessi dovuto affrontare la fame o la guerra...




Marika9214 ha scritto:
Animula vagula blandula ha scritto:Canterel II,
ti ringrazio per avermi risposto.

Ho provato più volte ad iniziare un percorso terapeutico, ma non sono mai riuscita a portarlo avanti. Ho il vizio maledetto di lasciare le cose sempre a metà...
Mi sono rivolta ad una psicoterapeuta e mi ha, dal primo giorno, prescritto dei farmaci...mi è sembrata una mancanza di fiducia e di rispetto nei miei confronti, e non sono più tornata. Allora mi sono rivolta ad uno psicologo, avrò iniziato una terapia almeno quattro o cinque volte, e non ho mai proseguito. Quello che mi diceva non solo mi confermava di stare male, ma mi suggeriva anche di stare peggio di quanto non volessi ammettere a me stessa. E poi, alcuni discorsi molto personali non riuscivo ad affrontarli così, senza conoscere la persona che mi stava davanti. Probabilmente tutta questa mia reazione è assurda, perché è esattamente come una terapia dovrebbe essere, eppure io non riesco a digerire questo metodo.

Sul piano teorico, condivido i tuoi pensieri. Tuttavia, mi sembra un discorso complesso, che non so come prendere. Trovo difficile crederci quando si è stati allontanati proprio a cause di quelle paranoie, di quel modo di essere. Difficile credere di non avere qualcosa di sbagliato, quando si è stati emarginati. Difficile anche credere che questa vita non sia una gara; purtroppo, invece, lo è...o almeno è proprio così che viene intesa. Siamo sempre in concorso ed è il più forte che viene premiato, il più bravo, il più bello, il più produttivo, certo non il più fragile; l'umanità non ha peso in società. E la questione è: se riesci ad adattarti, allora meriti fiducia, altrimenti resti ai margini.
Ognuno ha la propria umanità, la propria realtà interiore, la sua dose di problemi e paranoie, certamente; la colpa sta nel non riuscire ad astrarle da tutto il resto.
Che poi, in un certo senso, si declina nella differenza tra essere uno spettatore passivo o un protagonista attivo nella vita.
Esistono situazioni in cui, semplicemente, non va bene mostrare la propria umanità; bisogna saper agire in modo appropriato, e io questo non lo so fare. In questo senso la mia passività è una colpa: sono debole. Io non ho il diritto di essere depressa, è sbagliato che lo sia. Non so se sia riuscita a farmi intendere bene, il mio linguaggio ha ancora qualche limite.

Anche l'ultimo passaggio che hai scritto, l'ho trovato molto interessante. Mi ha fatto venire in mente un altro aspetto di me che si è manifestato solo di recente, cioè a seguito dello stato di malessere; che non avevo, insomma, spontaneamente, cioè il perfezionismo. Che sia la persona più lontana dall'idea di perfezione, credo, si sia capito, ma ora io non voglio accettare di masticare quello che di buono o di pessimo me ne viene, dall'azione. Se non ho, a priori, la sicurezza di raggiungere il massimo, la perfezione, io non agisco, perché anche un piccolissimo punto in meno rispetto a quel risultato, mi farebbe stare male con me stessa. Nella mia testa, se non posso raggiungere il massimo possibile, allora non valgo niente e non vale la pena sforzarsi per vedermi confermato di essere nulla. Ora, capirai, c'è un problema pratico in tutto questo: anzitutto bisognerebbe stabilire un metro di misura comune, in modo che si possa confermare l'esistenza di questa agognata perfezione o rassegnarsi che resti solo un concetto astratto, quindi di per sé vuoto, privo di determinazione. Ed è già difficile. Se poi riuscissimo a determinare questa astrazione, allora dovrei accettare che son quella che sono, ed è ancora più difficile. Sorgerebbe poi la questione del limite...insomma, è complicato. Io la logica dell'azione non la capisco proprio, non la vivo bene, e quindi eccomi qui, chiusa in casa da tre mesi e altre amenità simili.

Hai descritto esattamente il mio stato d'animo. Ti capisco benissimo, anche riguardo all'essere perfetta.
Trovo che prescriverti farmaci sia stata oltre che una mancanza di rispetto anche di professionalità e, credimi, di psicologi imbecilli ne so qualcosa. A loro non frega niente, tu sei lì per far numero e pagare. Ci saranno anche quelli bravi, ma figurati se li troviamo proprio noi!
Non saprei che consiglio darti, visto che lo sto cercando anch'io da 5 anni ormai, però posso dirti che qui non sei sola e confrontarsi con gli altri sicuramente aiuta molto. Buona fortuna!

Ciao Marika, ti ringrazio davvero molto per la tua risposta. Mi dispiace sentire che anche tu convivi con questa realtà, anche se mi fa sentire meno sola.
Purtroppo il discorso sulla psicoterapia e, soprattutto, sui farmaci è molto complesso...io fin'ora non ho mai avuto esperienze granché positive, forse dipende anche un po' da me...ho sentito di persone a cui, effettivamente, ha aiutato molto. Forse mi è mancata la costanza, o la fortuna di trovare qualcuno dall'altra parte di cui potermi fidare (e quanto è difficile). Auguro anche a te tanta buona fortuna!



MortoCheCammina ha scritto:
Animula vagula blandula ha scritto: basterebbe un po' di volontà in più...la stessa volontà che altre persone, invece, riescono a trovare

Credi davvero che basti un po' di forza di volontà per sconfiggere l'insonnia, l'ansia fuori controllo e le crisi di panico?

Forse no, potresti avere ragione...tuttavia, trovo il discorso degli psicofarmaci molto delicato. Sottolineo fin da subito che non sono affatto di quelle persone salutiste, naturaliste con la fissa per l'omeopatia, per dire: nel recente dibattito sui vaccini, ho trovato assurde alcune posizioni di chi si poneva fermamente contro la cura tramite vaccini. Se devo curarmi, assumo sempre un farmaco chimico, sono anche ipocondriaca, figurati; a volte mi capita di auto prescrivermeli (sebbene non debba farlo...) e, come la maggior parte delle persone, a volte ne abuso...un fastidio alla pancia, una lieve pesantezza alla testa, perché magari ho dormito male, ogni scusa purtroppo è buona.
Allo stesso modo, ci sono casi in cui lo psicofarmaco è necessario, ed utile.

Fatta questa doverosa premessa, bisogna però anche osservare che i medicinali a) non sono tutti uguali b) non sono caramelle, ovviamente...pertanto sono necessari ed utili nel momento in cui è necessario ed utile assumerli, non certo così, "tanto per". Certamente c'è una differenza tra bersi una valeriana prima di andare a dormire o buttarsi giù delle gocce di sonnifero, i due rispondono ad esigenze differenti. C'è una differenza anche tra insonnia cronica e disturbi del sonno....io ho parlato di insonnia con leggerezza, ma quando si fanno le cinque, le sei, il sonno arriva e non c'è pensiero che tenga, io dormo. Certo, non è normale che io sia stanca e non mi metta a dormire per timore dei pensieri che mi assalgono appena chiudo gli occhi al silenzio e al buio. Vedi, la questione è che riesco a dormire solo all'alba, perché sentire le persone che si svegliano, il sole che sorge, in qualche modo mi tranquillizza, riacquisto il contatto con la realtà in un certo senso, il che mi dà sicurezza, e allora riesco a svuotare la mente. Ma quando sono le 3 o le 4 di notte, sono solo io con i miei pensieri, e diventa difficile addormentarsi. Probabilmente mi basterebbe un po' più di coraggio ad affrontare le mie paure, a parlare con me stessa, scavare nel profondo per trovarmi faccia a faccia con i miei pensieri, invece di scacciarli a tutti i costi per la paura di stare male. Ora, credo che l'insonnia cronica sia un po' diversa da questo, credo che l'impossibilità a dormire nonostante lo si voglia e ci si sforzi, anche per più giorni di fila, ti debiliti tanto da portarti a stati allucinativi, ha una ricaduta sulla salute fisica, se è molto grave rischi anche di perdere conoscenza, se non peggio. Questa situazione sarebbe grave, e un sonnifero sarebbe realmente necessario.
Ricordo che una mia vecchia amica, si parla ormai di qualche anno fa, aveva dei disturbi comportamentali...ecco, lei era andata volontariamente da una psichiatra per farsi prescrivere subito farmaci. Ricordo che lei, senza problemi, le prescrisse dei sonniferi. Questa mia amica NON soffriva di insonnia! Non aveva nemmeno disturbi del sonno veri e propri, solo si addormentava molto tardi, verso le 2 o le 3...era pensierosa, come lo sono molte persone. Al tempo passavamo molto tempo insieme, per un periodo mi ero spostata a casa sua, e mentre io restavo con gli occhi sbarrati, lei dormiva. Sempre questa mia amica ha abusato dei sonniferi ed ha anche rischiato, finendo in ospedale.
Ora mi chiedo, c'era davvero bisogno di prescriverle delle gocce? Io non sono un medico, quindi per carità, magari dall'esterno così, mi sono fatta un'idea sbagliata. Eppure credo che con un po' di pazienza di sarebbero potuti risparmiare benissimo, perché i problemi che doveva risolvere erano ben altri dalla difficoltà a prendere sonno.

E, purtroppo, spesso questi farmaci vengono prescritti non perché siano davvero necessari, con leggerezza, davvero come fosse un'aspirina. Ora, parlando di me, a me era stato prescritto un ansiolitico. Forse, ammetto, ci sono andata vicina (ci sto andando vicina) a doverlo assumere veramente. Tuttavia, io non ho mai provato davvero a curarmi, ad andare in terapia, a capire quale sia il problema. Il discorso che faceva Bad trip prima. Non mi faccio più del male (un risultato a cui sono arrivata da sola) e non ho mai fatto del male agli altri, né ne ho la minima intenzione. Non ho stati deliranti, al massimo ho delle paranoie che riconoscono come tali, anche se mi bloccano, è vero...ma non le confondo con la realtà, le riconduco facilmente ai miei problemi (paranoie per lo più legate all'ipocondria). Il punto è: qual è il confine che separa malattia mentale e un'emozione, dopotutto (anche se negativa), genuina e spontanea, che andrebbe solo indagata più a fondo e compresa? Ho piena fiducia nella scienza, ma non per questo credo ciecamente a priori a qualcosa solo in quanto tale, cioè solo perché rientra nell'ambito scientifico. Non escludo nemmeno a priori di dover essere costretta un giorno ad assumere psicofarmaci, ma prima di alterare il normale equilibrio biochimica del mio cervello (perché di quello si tratta, di controllare artificialmente i neurotrasmettitori o quel che è, non è mica un gioco), vorrei essere certa che l'equilibrio biochimico della mia mente non sia affatto un equilibrio, non sia affatto "normale" e che rientri nella "malattia"; non so se il punto risulta chiaro: la domanda che mi pongono è "e se fosse una naturale concatenazione di causa-effetto, se non stessi delirando? Se ci fosse un motivo che ho la possibilità di scoprire proprio a partire dalle mie emozioni? Perché devo reprimerle, sono davvero così sbagliate?" Insomma, è un discorso molto complesso e delicato...nel mio caso specifico, gli psicofarmaci non mi sembrano la soluzione necessaria, ma la strada più facile...quando si parla di psiche, ammettiamolo, è molto più difficile stabilire il confine tra salute e malattia, sebbene sia comunque parte del corpo, eppur è una materia differente e non va presa alla leggere...non sono una riduzionista, in questo senso, e l'unica cosa a cui forse tengo ancora di me è proprio il mio cervello, anche se mi gioca brutti scherzi, sono proprio le mie emozioni, anche se negative; è l'unico contatto che mi è rimasto con me stessa, e prima di alterarlo in questo modo, vorrei essere sicura. Se avessi un cancro in stadio avanzato correrei a sottopormi alla chemioterapia, ma se avessi solo un bozzo molto sospetto, farei molti più accertamenti prima, non mi sottoporrei certo alla chemio "tanto per" "non si sa mai". Non so se rendo l'idea...detto questo, parando metaforicamente, sono aperta alla possibilità di scoprire di davvero questo cancro mortale, e allora ricorrerò ad altri strumenti se sarà questo il caso.

Animula vagula blandula

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Re: Camminando in tondo

Messaggio  merla il Mar Lug 04, 2017 5:56 pm

Ciao Animula e ciao Marika,

colgo l'occasione di un unico thread per scrivere un paio di considerazioni/informazioni generiche che mi sono venute alla mente leggendovi.

Da un lato, potreste tener presente che ci sono diversi tipi di percorsi psicologi e di scuole di psicoterapia, per cui non è proprio indispensabile fare lunghi, faticosi e difficili tête-à-tête a rievocare traumi e dolori. Anche se è ragionevole pensare che durante una terapia di lungo corso sia probabile arrivare a un punto in cui si vanno a esaminare in modo quasi analitico determinate esperienze, tuttavia non è detto e vi sono approcci che richiedono un lavoro diverso, sulle emozioni, sulle sensazioni fisiche o magari su determinate dinamiche di relazione (qui penso allo psicodramma) o su determinati problemi pratici e tutto considerato immediati che forse vanno un po' meno a cozzare contro il tipo di resistenze che portate qui e ciononostante non sono meno efficaci. Per esempio, io per anni ho sguazzato nei rimossi e in terapia non ho portato determinati problemi/dolori, il che in ogni caso non mi ha impedito di lavorare bene con la mia strizza e di trarne non poco beneficio in attesa che certe cose venissero alla luce.
In ogni caso, voi se volete, potete discutere con il terapeuta del fatto che vi sentite di affrontare certe cose e non altre; certamente lui non può costringervi. Lo stesso discorso in realtà vale per i farmaci; chi vi prescrive farmaci inevitabilmente deve essere un medico, per cui è probabile che si tratti di una persona più o meno convinta dell'approccio farmacologico e pertanto ve lo propone come opzione; anche sapendo che non può costringervi. Forse è più "ecologico" un approccio possibilista quanto meno nei confronti della buona fede della persona che propone una terapia (se vado da un medico c'è una discreta probabilità che  mi proponga dei farmaci, perché lui crede a questo tipo di soluzione, magari se mi rivolto a uno psicologo puro è più facile che trovi un atteggiamento diverso; giusti o sbagliati che siano entrambi gli atteggiamenti).

Riguardo ai farmaci: guarda Animula che non c'è in realtà una separazione netta tra la malattia mentale e la salute mentale, e che le emozioni di una persona, qualsiasi diagnosi porti o non porti sul groppone, sono sempre naturali concatenazioni di causa effetto, anche in situazioni  molto gravi. È magari molto difficile comprendere quale sia questa concatenazione, magari sono emozioni così forti da essere effettivamente ingestibili, o magari ci sono di fondo schemi difensivi così profondi e radicati da esprimersi in comportamenti praticamente incomprensibili, ma la distinzione tra emozioni sane (naturali? causa effetto?) e emozioni malate è una razionalizzazione, ormai - spero - superata anche nelle roccaforti della psichiatria tradizionale.
Detto questo, tu fai bene a non prendere i farmaci se non vuoi, senza bisogno di questa razionalizzazione (che tra l'altro portata all'estremo è alla base della peggiore psichiatria, ma tant'è) e, magari, ipotizzando anche la buona fede di chi te li ha consigliati. Di fronte a una storia di autelesionismo, droga, e un presente di forte ansia, panico, ipocrondria e insonnia la stragrande maggioranza degli psichiatri probabilmente almeno un ansiolitico te lo avrebbero proposto.
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Re: Camminando in tondo

Messaggio  Animula vagula blandula il Mar Lug 04, 2017 6:45 pm

Ciao Merla, quello che hai scritto è molto interessante.
La domanda che mi ponevo, infatti, sul confine tra quello che è considerato malattia e quella che è considerata salute mentale, voleva riferirsi proprio a questo...era una domanda retorica, in un certo senso, non volevo pormi "al di sopra" di stati mentali più gravi, o cose così. Volevo solo sottolineare che assumere o meno psicofarmaci dipende dalle circostanze, e prescrivere farmaci forti alla leggera non è professionale. Il mio medico di base, pur essendo medico e dunque credendo nella medicina (come ci credo io, d'altronde) non mi prescrive farmaci così, tanto per, perché ci crede...prima bisogna stabilire se siano necessari o meno; in un'ora di terapia non mi conosci, potrebbero non essere adatti per la mia situazione quei farmaci, non è sano prescrivermeli (ero anche più piccola, più debole e in rischio dipendenze...); il medico non sta lì solo per prescrivere i farmaci, sta lì per curare il paziente, e per farlo deve osservarlo, valutare, fare accertamenti e scegliere il metodo più efficace per la cura, che può includere o meno i farmaci.

Per quanto riguarda la terapia, io a settembre riproverò l'ennesima volta. In realtà sono stata un po' spinta a farlo, però mi sto convincendo. Devo ancora decidere se rivolgermi ad uno psicologo o ad un medico psicoterapeuta...anche per questo l'argomento mi tocca abbastanza, perché sto cercando di prendere una decisione per me stessa.

Io, comunque, ho smesso di farmi male spontaneamente, con la mia volontà, ero giovanissima e forse era un modo infantile di scaricare la rabbia, e non mi drogavo pesantemente, anzi...la maggior parte delle volte cercavo di stare in stato confusionale buttando giù farmaci a caso, quindi, ripeto, uno psicofarmaco buttato lì, senza conoscermi, è stato, a mio avviso, veramente irresponsabile.

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Re: Camminando in tondo

Messaggio  merla il Mar Lug 04, 2017 8:03 pm

Ma sai, la diagnosi del disagio psichico non è quasi mai certa, non ci sono accertamenti esatti, ed è molto complicato definire una causa. E le terapie ufficiali a disposizione sono i farmaci (che agiscono sostanzialmente a livello sintomatico) e la psicoterapia. Può anche capitare di trovare un medico particolarmente "illuminato" o antipsichiatrico (ma farebbe lo psichiatra? che senso ha?) ma una prescrizione di un ansiolitico (tutto considerato è la classe di farmaci meno impegnativa tra gli psicofarmaci; poi dipende sempre da quale ansiolitco) dopo un consulto di un'ora mi sembra di per sé molto comune e molto normale.
Tanto quanto le mancate prescrizioni facili del medico di base, anche per altri ragioni.

Cmq non è per darti torto, ma per darti uno stimolo nel crearti un'aspettativa realistica nei confronti del professionista che sceglierai che magari ti può riparare da altre delusioni. Smile
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Re: Camminando in tondo

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