Anni 90

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Anni 90

Messaggio  Rollo Fadista il Gio Gen 14, 2016 12:46 pm

Ciao a tutti,
Sono uno sceneggiatore e sto raccogliendo del materiale per scrivere un romanzo, che sarebbe il mio primo.
Il tema è la depressione, il padre del protagonista ne soffre.
Vi scrivo per chiedervi alcune cose sul tema, spero possiate aiutarmi:

La storia si svolge negli anni 90, diciamo dalla metà del decennio in poi. Supponiamo che il mio personaggio soffra di una depressione maggiore, unipolare (sintomi, tra gli altri: stanchezza cronica, insonnia, pensieri di morte, rallentamento motorio, abbassamento della vista, lieve perdita di peso...)
Ora, quali farmaci potrebbero aver prescritto alla persona in questione?
Qual era la funzione di ciascun farmaco?
Di che colore erano le pastiglie?

E' possibile che in quel periodo, parliamo sempre di metà anni 90, delle strutture pubbliche prendessero in carico dei malati di depressione?
Meglio ancora: era possibile essere seguiti da psicologi/psichiatri mutuabili?

Vi ringrazio di tutto, il forum è molto bello e interessante, davvero.

Rollo.

Rollo Fadista

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Re: Anni 90

Messaggio  Pavely II il Gio Gen 14, 2016 4:13 pm

- [...] quali farmaci potrebbero aver prescritto alla persona in questione?
  ° Bupropione: nomi commerciali Wellbutrin, Elontril; dal 1985, colore arancione (Wellbutrin 75), rosso (Wellbutrin 100), viola (Wellbutrin 150)
  ° Sertralina cloridrato: nomi commerciali Zoloft e Lustral; dal 1991. verde chiaro (Zoloft 25), azzurro (Zoloft 50), crema (Zoloft 100)
  ° Paroxetina: n.c. Paxil, Seroxat; da 1992; arancione (Paxil 10), rosa (Paxil 20), azzurro (Paxil 30), verde (Paxil 40)
  ° Venlafaxina: n.c. Efexor, Faxine, Zarelis; dal 1993. rosa (Efexor 75), rosso (Efexor 150)
  ° Mirtazapina: n.c. Remeron; dal 1998; giallo

  Dipende, ovviamente, dalla storia. Ma io sento di consigliarti questi (diciamo per non 'scadere' nel banale). Posso ricordare male...

- Qual era la funzione di ciascun farmaco?

  Beh, ovviamente, erano antidepressivi e stabilizzatori dell'umore.

- Di che colore erano le pastiglie?

  Vedi sopra.

- Meglio ancora: era possibile essere seguiti da psicologi/psichiatri mutuabili?

  Assolutamente sì.

  Dall'approvazione della legge sul Servizio sanitario nazionale che incluse il Decreto Basaglia, le cure psichiatriche sono state garantite a tutti i cittadini italiani.
 Dalla seconda metà degli anni novanta, poi, le strutture pubbliche (i servizi ospedalieri, i c.i.m. e numerose realtà cooperative) hanno sicuramente preso in carico persone che hanno sofferto di depressione.

Pavely II

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Re: Anni 90

Messaggio  Rollo Fadista il Gio Gen 14, 2016 5:02 pm


Grazie mille, Pavely.
Una bella traccia, mi informerò ulteriormente.
Intanto, se posso approfittare:
Immagino che questi farmaci venissero prescritti in alternativa uno dall'altro. Oppure diversi potevano essere usati insieme?
E poi, è vero che stabilizzano l'umore, ma un depresso non doveva forse curare anche altri sintomi? Per esempio l'insonnia, inappetenza, pensieri ossessivi... Questi sintomi secondo te/voi venivano alleviati comunque da un farmaco come il Bupropione (cito il primo perché lo conosco)?
Ultima cosa, se posso spingermi un po' più in là... si potrebbe ipotizzare che una persona, nonostante cure continue, che per un periodo anche piuttosto lungo dimostrano di funzionare, affiancate da un supporto terapeutico, si potrebbe ipotizzare, dicevo, che questa persona decida di togliersi la vita?
Grazie ancora e scusate l'intrusione.
Rollo.

Pavely II ha scritto:- [...] quali farmaci potrebbero aver prescritto alla persona in questione?
  ° Bupropione: nomi commerciali Wellbutrin, Elontril; dal 1985, colore arancione (Wellbutrin 75), rosso (Wellbutrin 100), viola (Wellbutrin 150)
  ° Sertralina cloridrato: nomi commerciali Zoloft e Lustral; dal 1991. verde chiaro (Zoloft 25), azzurro (Zoloft 50), crema (Zoloft 100)
  ° Paroxetina: n.c. Paxil, Seroxat; da 1992; arancione (Paxil 10), rosa (Paxil 20), azzurro (Paxil 30), verde (Paxil 40)
  ° Venlafaxina: n.c. Efexor, Faxine, Zarelis; dal 1993. rosa (Efexor 75), rosso (Efexor 150)
  ° Mirtazapina: n.c. Remeron; dal 1998; giallo

  Dipende, ovviamente, dalla storia. Ma io sento di consigliarti questi (diciamo per non 'scadere' nel banale). Posso ricordare male...

- Qual era la funzione di ciascun farmaco?

  Beh, ovviamente, erano antidepressivi e stabilizzatori dell'umore.

- Di che colore erano le pastiglie?

  Vedi sopra.

- Meglio ancora: era possibile essere seguiti da psicologi/psichiatri mutuabili?

  Assolutamente sì.

  Dall'approvazione della legge sul Servizio sanitario nazionale che incluse il Decreto Basaglia, le cure psichiatriche sono state garantite a tutti i cittadini italiani.
 Dalla seconda metà degli anni novanta, poi, le strutture pubbliche (i servizi ospedalieri, i c.i.m. e numerose realtà cooperative) hanno sicuramente preso in carico persone  che hanno sofferto di depressione.

Rollo Fadista

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Re: Anni 90

Messaggio  Pavely II il Ven Gen 15, 2016 11:50 am


Immagino che questi farmaci venissero prescritti in alternativa uno dall'altro. Oppure diversi potevano essere usati insieme?

Nella seconda metà degli anni novanta, i protocolli erano diversi. Era raro che uno psichiatra li desse contemporaneamente. Era abbastanza comune - nei tempi dovuti - cambiarli: quando intervisterai altre persone depresse, queste ti diranno la loro "storia", ricorderanno come hanno cambiato pasticche, come queste si siano succedute nel tempo e come loro registrassero le loro reazioni. La reazione dei nostri corpi agli antidepressivi è diversissima (ad esempio: esistono persone che reagiscono bene ad un farmaco e altre che non reagiscono affatto e la ragione, ancora oggi, è difficile da determinare).
Comunque, è chiaro, soprattutto chi aderiva alla 'scuola statunitense' poteva subito partire con un cocktail. Ma in Italia non accadeva così spesso come si pensa: le interazioni tra psicofarmaci, ti voglio dire, erano un rischio. E, paradossalmente, si rischiava di più in clinica, nei centri di igiene mentale, negli ospedali regionali. Ma se parliamo di una persona non ospedalizzata, io opterei per una successione di farmaci.


E poi, è vero che stabilizzano l'umore, ma un depresso non doveva forse curare anche altri sintomi? Per esempio l'insonnia, inappetenza, pensieri ossessivi... Questi sintomi secondo te/voi venivano alleviati comunque da un farmaco come il Bupropione (cito il primo perché lo conosco)?


Fermiamoci un'attimo. I sintomi che tu dici - insonnia, inappetenza, pensieri ossessivi - possono non essere, in sé, sintomi della depressione ma anche conseguenze. Tento di spiegarmi: chi soffre di depressione può vivere una condizione di comorbidità con altre patologie: ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo, l'autismo, i disturbi del sonno. Distinguere tra le patologie, capirne le connessioni sia corporee/genetiche sia psicologiche, è un'arte rara. Negli anni novanta, però, i psichiatri i n i z i a v a n o a distinguere e per la prima volta i strumenti diagnostici si fecero più mirati: quindi - ti faccio un esempio - una donna depressa che non mangia poteva ricevere una sola diagnosi ma anche un profilo di comorbidità (ad esempio, con l'anoressia nervosa). Negli anni ottanta avrebbe ricevuto una sola diagnosi (quella di depressione).

All'origine della depressione c'è un difetto in tre aree: fantasia, desiderio di sapere, desiderio di fare esperienze.

Cioè: la depressione si sviluppa quando 'dimentichiamo' il nostro diritto di essere bambini: i bambini immaginano, sono curiosi, chiedono, sperimentano, provano.

Questo atteggiamento deve essere 'mantenuto' durante tutta la vita delle persone e se un essere umano smette, in breve, il cervello reagisce sviluppando la depressione.

In sé, inappetenza, anoressia, ossessioni, e quant'altro non sono incidenti con la depressione. Una persona depressa, ti voglio dire, è una persona in cui non troverai nulla di infantile. Una persona depressa non è una persona che fa i capricci o altro. (Anzi).


Ultima cosa, se posso spingermi un po' più in là... si potrebbe ipotizzare che una persona, nonostante cure continue, che per un periodo anche piuttosto lungo dimostrano di funzionare, affiancate da un supporto terapeutico, si potrebbe ipotizzare, dicevo, che questa persona decida di togliersi la vita?

Si.

Personalmente, ho perso due conoscenti e amici così.

Il suicidio, come la tossicodipendenza, non sono qualcosa di razionale.

In breve, negli anni novanta, in letteratura, si avvicinava il suicidio alla sfera pulsionale delle persone.

Tento di spiegarmi: ognuno di noi ha una personalità. La personalità è la base sulla quale le persone costruiscono la motivazione, razionale o inconscia, e il desiderio a fare qualcosa.

C'è una differenza tra motivazione inconscia e desiderio: nel primo caso sussiste una struttura logica, sociale, necessaria conseguenza dell'energia e del discorso energetico che mettiamo in campo per fare cose: dove non riusciamo a fare qualcosa, ipotizziamo di poter chiedere aiuto, di dimostrare quanto sia necessario, di meritare qualcosa. La legge del desiderio, invece, è una conseguenza della motivazione e impone il pieno autocontrollo e la piena liberazione dell'azione: se la motivazione è un muoversi verso gli altri, il desiderio è un muoversi da gli altri: per trovare noi stessi, la nostra identità, il nostro essere-nel-mondo.
Ancora: nella sessualità, ad esempio, non si può parlare di motivazione ma di desiderio. Nella sessualità, troviamo noi stessi ed è la presenza dell'altro a rendere possibile il raggiungerci. Ci allontaniamo dalla persona che amiamo - dico il tempo del sesso - in un gioco di specchi (nello stesso tempo anche chi amiamo si allontana da noi). E 'detto il nostro nome', capito il nostro corpo, riconosciuta la nostra vita, possiamo fare il viaggio inverso mosso dalla motivazione: desiderio di trovare l'Altro.
Il Desiderio è, allora, il desiderio di cercarci; la Motivazione è il desiderio di cercare chi amiamo.

Ora: quando interviene la legge del desiderio si rischia - e questo lo si è capito venti anni - il Craving.

Per Craving si intende il desiderio incontrollabile di assumere sostanze (come nella tossicodipendenza).

Cioè: il desiderio può diventare incontrollabile.

E quando avviene, la persona fa intervenire quella parte del cervello deputata al controllo degli impulsi (è la parte fronto-parietale).

Può però accadere che la parte frontale del cervello, in breve, sbagli. E non riesca a 'controllare' il craving.

la persona che vive un'esperienza di craving può sentire di non farcela: disperatamente cerca di sommare il pezzi, li conta e li riconta, cercando di completare il quadro e non ci riesce.

Quando gli eccessi - mi ripeto: si parla di desiderio, quindi di un qualcosa che è completamente nella chimica del cervello - diventano estremi, la persona per "controllarsi", si ammazza.

Ora: cosa dire ad una persona che sta andando alla deriva?

Chi è in una fase di craving, non chiede aiuto.

Non può chiedere aiuto perché quasi tutta l'attività cerebrale è deputata a limitare, controllare, imbrigliare, fermare il craving.

Puoi vedere una persona andare avanti nella vita, anche sorridere, anche correre su di un ponte. L'unico modo di 'fermare' un possibile suicida e dirgli: "Sei in fase di craving?". Sperando che l'altro capisca di cosa parliamo e sappia rispondere.

Tento di spiegarmi con un esempio: per spingere un ragazzo a farsi saltare con una bomba (terrorismo) basta spingerlo in una esperienza di craving. Cioè: spingerlo a desiderare di farlo. Esistono tantissimi modi di 'accellerare' il desiderio: promesse, sostanze, rituali ossessivi, ore e ore passate a parlare della stessa cosa, un contesto che tollera il desiderio, che lo incentiva, che lo permette: non ci sono persone che dicono ai ragazzi come sia sbagliato morire in un attacco terroristico. (Si dice "craving politico").

Si può fare ad esempio l'ipotesi della pornografia. La pornografia è una 'possibilità estrema di desiderio'. Non esistono controlli se non irrisori (pedofilia, necrofilia et alia). E numerose persone possono quindi accedere al craving pornografico passando ore a contatto con questa realtà desiderante. Come nel craving politico non ci sono limiti se non minimi, così nella pornografia non ci sono controlli delle pulsioni.

Intendo dire: dove non ci sono controlli delle pulsioni, allora, la persona 'desiderante' svilupperà craving.

E' come togliere un 'salvavita' ad una persona.

Ma questo 'salvavita' - il controllo delle pulsioni - è qualcosa che esula dalla depressione in sé.

§

Cioè: la depressione è un 'controllo estremo', è il diktat: "Non puoi fare nulla di infantile, devi smettere di essere creativo, di usare la fantasia, di desiderare di fare e di sapere".

Il suicidio invece ragiona così: "Non c'è nulla che controlla le tue pulsioni, puoi fare tutto, non c'è nessun limite, sei libero in modo totale... e c'è, c'è, un modo per essere completamente libero..." (si intende: la morte).

Le logiche possono apparire opposte ma non è così.

La depressione è la 'morte del bambino' che è in noi.

Il suicidio è la 'morte dell'adulto' che è in noi.

(La tossicodipendenza è la 'morte della persona' - cioè un essere umano inteso come parte di una rete sociale - che è in noi).

§

Le logiche sono così diverse.

Ora, OVVIAMENTE, una persona può essere depressa, tossica, e suicidaria nello stesso istante.

Ma sono cose differenti che si sommano.

Non cose che si identificano.

§

Ma è un discorso difficile...

Amaro.

Doloroso.






Pavely II

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Re: Anni 90

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